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Guida: sognare di giocare a calcio al tempo del coronavirus

calcio al tempo del coronavirus

 

Aspettando quel pallone da calcio

Scorro il calendario lentamente, quasi a voler rendere meno doloroso quel giro di pagine alla ricerca dell’ultima partita giocata.
Mi rendo conto che sono più di due mesi che non vivo più quel magico momento.
Focalizzo il fatto di essere ancora imprigionato, di scontare una condanna che mi priva del pallone, una sentenza emessa da un giudice invisibile che ha tolto di colpo a me e a milioni di persone un pallone che rappresenta la vita.
Di colpo sento un vuoto dentro, nonostante sappia purtroppo molto bene che questa realtà è così da tanto tempo ormai.
Guardo fuori dalla mia finestra, per l’ennesima volta.
Porgo il mio viso verso un campo d’erba che si perde per centinaia di metri.
Basta poco, fili verdi affiancati uno ad uno a comporre la forma di un campo che ai miei occhi ne ricorda subito un altro a me familiare.
Un meraviglioso campo da calcio.

Il viaggio pre partita

In questi mesi mi sono perso coi sogni immaginandomi lì in mezzo come solito, ripensando alla partita, al pre e al post incontro.
Immediatamente ciò a cui ripenso è quella strada che sembra sempre interminabile, quella via asfaltata che parte dal triplice fischio dell’ultima partita e termina il giorno del match successivo.
Quei giorni in cui senti la mancanza del campo ma nel frattempo ti senti sul gruppo coi compagni.
Lì dove tra frasi, audio e foto ripensiamo al prossimo avversario, alla classifica, agli sfottò interni tra chi segna di più o quello che ha sbagliato il gol più clamoroso.
coronavirus e il calcio

Lo spogliatoio e l’avvicinamento al campo da calcio

Penso poi alle ore vissute nell’avvicinamento al match.
Alla borsa da preparare, a quella serie di gesti ormai ripetuti a memoria ma che ogni settimana non perdono la loro magia.
Focalizzo il tragitto per arrivare al campo, ai cinque battuti a ogni compagno che arriva in spogliatoio, alla divisa da indossare.
Quella vestizione che in uno spogliatoio è sacralità, così come le battute e le indicazioni scambiate prima di uscire.
È tempo di far risuonare per terra il rumore dei tacchetti, una marcia che mi fa venire sempre i brividi dentro, anche dopo aver macinato migliaia di chilometri con i tredici sotto i miei piedi.
Mi mancano da morire quei minuti interminabili prima del fischio iniziale, il momento in cui finalmente si oltrepassa la linea laterale per entrare in campo, le ultime parole prima del tocco del pallone, gli ultimi sguardi.

Voglia di tornare a vivere il calcio

Ho una nostalgia folle per il fruscio dell’erba, il suono del pallone dopo un tiro, i lanci e i contrasti, l’incitamento e le esultanze.
In momenti come questi darei tutto per tornare questa sera stessa sul campo; per finire un campionato, per indossare la propria divisa, per combattere insieme ai miei compagni.
Sono tante piccole cose quelle che riempiono l’anima di un calciatore, tante sfumature che compongono un quadro a forma rettangolare con la base color verde.
Quel verde che oggi più che mai è speranza.
Speranza di vivere tutto ciò il più presto possibile.
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